Angela Capponnetto: “Abbiamo forme di tutela, usiamole. Insieme non è detto che si vinca sempre ma è sicuramente meno dura”

di Angela Capponnetto

Un giornalista che prova ad affrontare da solo chi tenta con ogni mezzo di intimorirlo, ha due strade possibili da percorrere. O si ritira o rischia di fare come Don Chisciotte.

Il mio non è un caso eclatante, non ho preso schiaffi e pugni, non sono finita in ospedale sebbene, date le circostanze, sarebbe potuto accadere. Il mio è uno dei tanti casi di giornalisti ai quali viene impedito con intimidazioni pesanti di fare il proprio lavoro in un paese in cui esistono sul territorio luoghi in cui il “metodo mafioso” è ancora fortemente radicato. Luoghi dove non mi è ad ora concesso di tornare senza prima aver avvisato le forze dell’ordine della mia presenza così da potermi “scortare”.

Bisogna provare per capire quanto sia difficile intraprendere da soli un procedimento come parte civile contro due “picciotti” di una cosca della ‘ndrangheta del crotonese, uno dei quali è parente di un prete coinvolto in una delle più grosse inchieste legate alla gestione dei centri di accoglienza per richiedenti asilo.

Quel giorno (era maggio dello scorso anno) come sempre ero con i colleghi della troupe in giro a Isola Capo Rizzuto a cercare testimonianze di quella enorme truffa ai danni dello Stato, dei richiedenti asilo e degli stessi cittadini italiani. Decine di milioni di euro destinati al CARA di Crotone finiti nelle mani della cosca Arena: una parte di circa tre milioni sarebbe andata al parroco di Isola Capo Rizzuto Don Luigi Scordio, ora agli arresti.

Come qualsiasi collega avrebbe fatto, sono andata a cercare la canonica e ho bussato alla porta. Questo semplice gesto in un contesto come quello, è bastato a scatenare la rabbia dei due soggetti indagati. Che prima hanno tentato di sfasciare la telecamera senza riuscirci. Poi, quando siamo riusciti a salire in macchia, ci hanno inseguiti a tutta velocità per i vicoli della cittadina a più alta densità mafiosa del crotonese. Solo per l’abilità del cameraman al volante non ci siamo schiantanti contro un muro. Alla fine, siamo rimasti bloccati in un vicolo cieco. I due con il loro furgone bloccavano l’unica uscita continuando a urlare minacciando di ammazzarci mente io con un telefono riprendevo tutto e con un altro chiamavo i Carabinieri.

A quel punto, sono andati via. A noi non è successo niente ma dopo la denuncia, mi è stato vivamente consigliato di non tornare più a Isola Capo Rizzuto perché quella era “brutta gente”.

Mi era stato altresì consigliato di non sporgere denuncia ma “quella gente” aveva messo in pericolo me e i miei colleghi ed era riuscita a far interrompere il nostro lavoro. Così, ho denunciato.

E la procura di Catanzaro – quella di un valoroso magistrato come Nicola Gratteri -  è andata avanti, indagando i due soggetti ai quali si contesta non solo il reato di violenza privata ma anche l’aggravante del metodo mafioso chiedendone il rinvio a giudizio. Mentre a me si poneva la scelta se presentarmi parte civile all’ eventuale processo.

Se non avessi avuto il sostegno della Federazione Nazionale della Stampa, del nostro sindacato USIGRai (per la prima volta ammesso come parte civile ad un processo per minacce aggravate dal metodo mafioso), se non avessi incontrato Giulio Vasaturo, preparato e tenace avvocato che ora rappresenta la FNSI…. ecco, senza l’unione di tutte queste forze, forse mi sarei ritirata.

Abbiamo forme di tutela. Usiamole: insieme non è detto che si vinca sempre ma è sicuramente meno dura.

Il 9 aprile il Gup deciderà sulla richiesta del rinvio a giudizio. Intanto, io ringrazio chi mi ha permesso di non rischiare di fare come Don Chisciotte. O di non fare proprio niente, venendo meno allo scopo principale della nostra professione: informare.