MSF e USIGRAI: Le “Crisi dimenticate” e il servizio pubblico

Roma, 3 luglio, 2013 – Invisibili, cancellate dall’agenda dell’informazione. Le crisi umanitarie sono assenti dai Tg. Lo studio di Medici Senza Frontiere, realizzato con l’Osservatorio di Pavia, è impietoso. Nel 2012 solo il 4% delle news dei Tg di prima serata sono state dedicate ai contesti di crisi, conflitti, emergenze umanitarie e sanitarie. L’invisibilità delle crisi umanitarie riguarda tutta la tv generalista italiana, senza eccezioni, sia quella pubblica che quella privata. L’informazione abdica alla sua funzione, rinunciando o scegliendo di cancellarle dalla propria agenda.

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E la Rai, il servizio pubblico radiotelevisivo, si allinea in questo record al ribasso: 5,7% il Tg1, 5,1% il Tg3 (che era tradizionalmente il notiziario che dedicava più  spazio a queste notizie) e fanalino di coda il Tg2 con il 4,6%. Un atteggiamento in controtendenza con le altre televisioni pubbliche europee.

E anche quando i Tg decidono di accendere i riflettori su questi temi, lo fanno in maniera a volte distorta: il Sud Sudan sale agli onori della cronaca quando arrestano George Clooney per un sit-in davanti all’ambasciata (8 notizie su un totale di 17); l’Aids fa da sfondo a impegni di personaggi dello spettacolo.

Resistono, anche se in calo, le non-notizie, le curiosità dal mondo soprattutto quello animale, come il cucciolo di formichiere rimasto orfano o il gatto e il serpente obesi, a danno delle notizie quelle vere: 70 su stranezze animali contro 11 sulla malnutrizione. 30 sulla profezia Maya sulla fine del mondo contro 4 notizie sul Niger, 3 sulla Repubblica Democratica del Congo e nessuna sulla Repubblica centrafricana. Tutto ciò mentre una ricerca Eurisko conferma che il 63% della popolazione vuole più informazione sulle emergenze umanitarie.

Il Servizio pubblico ha una responsabilità in più. Non può cancellare queste notizie né relegarle a orari di minore ascolto. L’informazione del mondo, un mondo sempre più piccolo perché sempre più globalizzato, deve trovare giusto spazio e giusta rilevanza nei Tg.

Medici Senza Frontiere e Usigrai chiedono alla Rai e al Direttore Generale un’inversione di tendenza, anche in vista del rinnovo della concessione del 2016, affinché il futuro della RAI sia sempre più aperto anche alle zone più critiche e lontane del mondo.

Un incontro fra il Direttore Generale della RAI, Medici Senza Frontiere e Usigrai costituirebbe un primo passo verso un impegno concreto della RAI ad “accendere un riflettore” sulle crisi umanitarie.

 

Giornalismo di qualità, il decalogo di Peter Kann

Pillole di pragmatismo e saggezza da Peter Kann, giornalista di razza, uno dei più noti inviati di guerra americani, premio Pulitzer nel 1972 per i suoi reportage sul conflitto tra India e Pakistan ed ex presidente del Wall Street Journal: “il buon giornalismo non sempre dà adito a un successo editoriale, ma un giornalismo scarso porta all’insuccesso“; “Pubblicare un giornale è come gestire un ristorante: bisogna fare un buon marketing, ma quello che conta poi è la qualità del cibo. E per un giornale, il giornalismo è la linfa vitale“. Peter Kann è intervenuto al convegno Crescere tra le righe a Borgo La Bagnaia, vicino a Siena, promosso dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori. Ecco il suo decalogo per un giornalismo di alta qualità: dieci regole base valide sia per la carta stampata che per l’online: Continua a leggere

Usigrai: Schifani e le “gravi anomalie” in Rai

Di quali “gravi anomalie” parla il capogruppo del Pdl in Senato Renato Schifani? Noi da anni ne denunciamo una, gravissima: l’ingerenza dei partiti e dei governi nella Rai.

Quando l’Usigrai presentò #AgendaRai, l’allora presidente del Senato Schifani ci scrisse per condividere con noi che “indipendenza, professionalità e pluralismo sono requisiti imprescindibili” del Servizio pubblico.

Siamo certi quindi che nel suo prossimo ruolo di capogruppo Pdl in Vigilanza, favorirà l’approvazione delle riforme urgenti di cui la Rai ha bisogno, a partire dalla governance.

Vittorio di Trapani @vditrapani

Segretario Usigrai

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L’intervista di Renato Schifani a La Stampa:
http://www.ufficiostampa.rai.it/pdf/2013/2013-05-19/2013051924677113.pdf

Raccontare il mondo con lo sport

Non si vive di solo pallone, non è vero che le polemiche , i “bla,bla” dei talk portino ascolti.
Alcune esperienze dirette, sul campo, mi portano a dire con cognizione di causa che raccontare il Paese, il mondo, anche attraverso storie di sport, può essere un’arma vincente, alternativa alle spese milionarie di certi diritti sportivi e più rispondente al servizio pubblico.

La mia ultima esperienza in Libano, per documentare lo sport nei campi profughi palestinesi, mi ha confermato queste idee.

La trasmissione “5′ di recupero” su Raiuno alle 20,33, questa volta non realizzata nella consueta formula con un personaggio in studio ma con un reportage dal Libano, ha ottenuto indici di ascolto addirittura superiori. Come del resto era accaduto nel corso delle dirette tra le tendopoli dei terremotati in Emilia e gli azzurri nel corso degli europei, come dimostrato in altre numerose occasioni nelle quali è stato raccontato lo sport da una diversa angolatura. Cose che altri servizi pubblici in Europa fanno regolarmente (e non solo nello sport).

Qualità, risultati in termini di ascolto, servizio sociale, divulgazione di valori autentici, dovrebbero essere i parametri guida della Rai che troppo spesso abbandona il suo ruolo, anche quando parla di sport.

Carlo Paris, Rai Sport

…da Beirut – 5 minuti di recupero (Guarda il video).

#WPFD: In guerra e in pace il giornalismo di frontiera è un mestiere difficile

Oggi la giornata mondiale della libertà di stampa, per i giornalisti italiani è motivo di una dedica particolare ai reporter  impegnati nei teatri di guerra per raccontarla dopo averla direttamente indagata, sfuggendo a fonti interessate o inquinate.

Il primo pensiero allora va a Domenico Quirico, inviato de La Stampa in Siria, del quale da quasi un mese non si hanno notizie e per il quale oggi tutti esponiamo il fiocco giallo come simbolo dell’attesa di un buon ritorno alla sua famiglia e tra i suoi colleghi.

Mancano, però, notizie da tempo anche di quattro colleghi stranieri impegnati nella ricerca e nella verifica sul campo di fatti e circostanze che stanno insanguinando una terra e un popolo, negli scontri tra regime e rivoltosi. Domenico Quirico è un ottima giornalista, un testimone di verità. Essere così, però, disturba nelle guerre ed è motivo spesso di minaccia e intimidazione laddove ci siano infiltrazioni mafiose o grandi fenomeni malavitosi.

In guerra e in pace il giornalismo di frontiera è un mestiere difficile, esposto a gravi rischi, non sempre rispettato, per la funzione che rappresenta. Ecco allora che il 20° anniversario della Giornata Unesco per la libertà è la sicurezza dei giornalisti e dei media e un’occasione per riproporre il senso di un lavoro professionale che – esercitato correttamente e con il criterio della verità – è un bene pubblico.

I giornalisti testimoni sono operatori di civiltà democratica, promotori di un’opinione pubblica libera  indispensabile per l’affermazione dei diritti dei cittadini. Non sono nemici. Non sappiamo se Quirico sia stato fermato da qualche fazione o gruppo armato e se questo sia il motivo del suo silenzio. Sappiamo, però, che Quirico non può essere un bersaglio della violenza. Se così fosse, starebbe subendo un danno ingiusto per sé e per la vita comunitaria.

E‘ sempre così quando  viene preso di mira, intimidito, minacciato, impedito a parlare e scrivere un giornalista e, ancora peggio, quando qualcuno viene ucciso per impedirgli di continuare la sua testimonianza. Sono quasi 600 i giornalisti morti negli ultimi cinque anni e sono 40 dall’inizio dell’anno.

Attentati, minacce e intimidazioni di vario genere si contano a migliaia, a centinaia anche nel nostro Paese, come documenta puntualmente l’0sservatorio”Ossigeno” voluto da Ordine dei giornalisti e Federazione Nazionale della Stampa, animato dal collega Alberto Spampinato e da un comitato di garanti. Tanti sono anche giornalisti italiani caduti negli ultimi quarant’anni, non solo nei teatri di guerra, da Cutuli, a Ilaria Alpi a Hrovatin , Ciriello, Baldoni, Antonio Russo. E ancora Italo Toni e Graziella De Palo, Almerigo Grilz, Guido Puletti, Marco Lucchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo Gabriel Gruener, Vittorio  Arrigoni e altri ancora. Ma l’elenco è ancora lungo e annovera, sempre in Italia, i caduti per mano della mafia o della camorra (da De Mauro a Fava, da Impastato a Spampinato, da Beppe Alfano a Cosimo Cristina, da Giancarlo Siani a Mario Francese e Mauro Rostagno), gli assassinati dal terrorismo politico, come Carlo Casalegno e Walter Tobagi.

Proprio nella terra natale di Tobagi e di Enzo Baldoni, in Umbria,  oggi, con l’Unione nazionale Cronisti Italiani, l’Ordine professionale e l’Associazione della Stampa Umbra, con i Sindacati di base come l’Usigrai, la Fnsi nel ricordo dei colleghi caduti rilancia l’impegno per la sicurezza e la libertà dei media e dei giornalisti nel mondo. Lo fa insieme con la Federazione europea (Efj) e con la Federazione Internazionale (Ifj). Con le due organizzazioni internazionali, quella europea e quella mondiale, appunto, il Sindacato unitario dei giornalisti italiani sta promuovendo una rete di conoscenza e solidarietà specifica per Quirico perché sia chiaro a tutte le parti in causa  nel teatro in cui stava operando che è un uomo della libertà e dei diritti umani, un testimone professionale di verità, un operatore che con il suo lavoro può solo promuovere la convivenza civile.

Con le stesse organizzazioni internazionali di categoria c’è, inoltre, un impegno diffuso a implementare i piani di azione per la sicurezza dei giornalisti nel mondo e la lotta contro l’impunità affinché gli attacchi e le violenze contro i media e i giornalisti siano considerati crimini contro l’umanità, in quanto negano i diritti dei cittadini ad una libera formazione delle opinioni.

Si tratta di una giornata, quindi, densa di significati, di propositi e di contenuti, ben oltre l’impatto di una giornata di memoria, di richiamo, di azione pubblica.

Data l’emergenza sicurezza, sembrano quasi passare in secondo piano altri temi che pure sono compresi tra i valori che animano la 20a giornata dell’Unesco per la libertà dell’informazione: la dignità e la qualità del lavoro, messi a dura prova dalla crisi e dalla precarietà crescente. La Fnsi con la Federazione europea dei Giornalisti condivide la preoccupazione per le migliaia di giornalisti che nel vecchi continente hanno perso il lavoro negli ultimi mesi oppure sono stati ridotti a condizioni di lavoro precarie.

“Precarietà e mancanza di investimenti in risorse umane hanno un impatto pesante sulla qualità dell’informazione e della libertà di stampa” ha opportunamente osservato il Presidente della Efj, Arne Konig: “ non è possibile avere mezzi di informazione liberi e informazione di qualità se si trascurano i professionisti da dedicare all’osservazione, all’indagine, al lavoro sul campo, per informare correttamente il pubblico.

Nel contesto economico che viviamo  la libertà di stampa corre il rischio anche laddove non si finisce direttamente nella traiettoria del fuoco degli eserciti o dei gruppi armati. C’è bisogno di diffondere, alla luce di tutti questi problemi, una cultura di rispetto dell’informazione accanto al rafforzamento di un giornalismo fondato su robuste basi etiche, che consideri i cittadini i veri proprietari di questo bene.

Franco Siddi, segretario FNSI

 

#WPFD 2013: Internet bene comune da difendere

Le tecnologie fondamentali di internet, dal protocollo IP al codice che Tim Berners-Lee ha scritto per il World Wide Web, hanno avuto il successo incredibile che è sotto gli occhi di tutti, essenzialmente, perché sono state rilasciate in pubblico dominio e garantendo alla rete la sua condizione di neutralità rispetto ai contenuti che vi si pubblicano e alle piattaforme vi si sviluppano o alle applicazioni che vi possono girare.

E’ per questo, in fondo, che internet è una tecnologia “a prova di futuro” come ha detto una volta Vint Cerf. Perché è una tecnologia che abilita chi abbia una visione a realizzarla senza particolari costrizioni. Qualunque visione, anche completamente imprevista, è possibile sulla rete. In un certo senso, internet non ha paura dell’imprevisto, anzi lo accoglie e lo facilita.

I vent’anni passati hanno dimostrato che una tecnologia intesa come bene comune ha la possibilità di generare un valore immenso. Questo non significa che le tecnologie proprietarie siano di per sé sbagliate. Significa che la valorizzazione di qualunque tecnologia è massimizzata dalla libertà di innovare che è concessa da un ambiente tecnologico fondamentalmente aperto. In un contesto del genere, il valore di ogni elemento genera il valore dell’insieme e viceversa. La simbiosi in rete è vincente. Le logiche win-win sono condizione per il successo.

Ma il bene comune è una ricchezza da manutenere e salvaguardare, nella consapevolezza che serve a tutti. Il rischio di ipersfruttamento o di incuria è sempre dietro l’angolo.

Che cosa rischia internet?

1. Un problema è che alcune tecnologie proprietarie possono diventare davvero potenti e mettere a rischio il bene comune: se tutto il traffico dovesse spostarsi su piattorme proprietarie potentissime, e ormai ce ne sono, fino a rendere inutile continuare a investire per la manutenzione della dimensione aperta della rete, la dinamica innovativa assumerebbe tutto un altro significato.

2. Un altro problema è che le strutture economiche messe in discussione dall’innovazione possono decidere di combattere la rete con ogni mezzo, imponendo freni legali e culturali alla diffusione delle tecnologie digitali.

3. Un terzo problema è la possibilità che gli stati autoritari contagino quelli democratici nella volontà di controllo della rete, attraverso una competizione al ribasso sulla libertà di espressione e innovazione condotta a suon di guerre cybernetiche e attacchi alla sicurezza delle attività internettiane.

4. Infine, un problema può emergere dalla crescita dell’internet mobile che da tempo supera la crescita dell’internet fissa: bisogna infatti sapere che nell’internet mobile non c’è neutralità della rete. E se questa tendenza dovesse continuare fino a diventare largamente maggioritaria, un principio fondamentale dell’internet originaria, che ne ha garantito la dinamica innovativa, potrebbe essere messo in discussione.

Sono rischi, non certezze. Fintantoché gli internettiani saranno consapevoli del valore dell’apertura e della neutralità per la capacità innovativa della rete, i tentativi di cambiare radicalmente la situazione saranno contrastati.

Luca De Biase, Nova24 - IlSole24Ore

#WPFD 2013: Tanti perché senza risposta

Il 3 maggio è la giornata mondiale della libertà di informazione. Il giorno prima si commemoravano i morti sul lavoro (altro tema troppo spesso dimenticato dai media). Il calendario scandisce pressoché quotidianamente un anniversario, una ricorrenza. E la gran parte riguardano vittime di atti di terrorismo o di mafia, di diritti civili negati, di libertà non riconosciute. Le stragi (impunite), gli infortuni mortali (non risarciti), i giovani deceduti per le percosse (nelle carceri e nelle caserme), o i cronisti scomparsi…

Quanti interrogativi in questa giornata del 3 maggio:

- Perché negli ultimi venti anni sono stati uccisi nel mondo quasi 15 mila reporter (trentanove solo nel 2013)?

- Perché si deve pagare con la vita la ricerca della verità?

- E perché ci vogliono anni, talvolta decenni  per conoscere i nomi degli esecutori materiali e dei mandanti?

Non sono da meno le domande da porre se restringiamo il campo allo stato di salute dell’informazione in Italia…

- Perché l’Italia deve continuare ad essere al 57° posto delle graduatorie internazionali sulla libertà di stampa e fanalino di cosa in Europa?

- Perché il conflitto di interessi è considerato ancora un tema tabù e non è presente nell’agenda del nuovo governo (nonostante sia stato ampiamente sbandierato in campagna elettorale)?

- Perché, come ha spesso ribadito lo stesso segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani non si riforma la Legge Gasparri sottraendo la Rai dal controllo e dal condizionamento di partiti, governi e lobbies per garantire autonomia e indipendenza del servizio pubblico?

- Perché nonostante sia stata approvata la legge sull’equo compenso i cronisti, specie al sud continuano a ricevere cifre da fame e senza alcun tipo di tutela?

- Perché non si interviene con una legge sulle “querele temerarie” per impedire ai potenti di turno di chiedere risarcimenti milionari ai giornalisti come forma di intimidazione preventiva per scoraggiarli a promuovere determinate inchieste?

- Perché il Parlamento non affronta il tema di una normativa sull’editoria e del finanziamento ai giornali combattendo le furbizie e gli sprechi ma evitando, come ha più volte ribadito lo stesso presidente della Repubblica, la chiusura di tante testate di interesse storico e culturale e la mortificazione del pluralismo dell’informazione?

- Perché l’informazione (soprattutto quella televisiva) deve essere infarcita dei delitti privati o del gossip sui vip ma non si può trovare spazio per le crisi dimenticate e i diritti umani negati in varie parti del mondo?

- Perché deve esistere un’associazione denominata Articolo21  – e tante altre organizzazioni che combattono la stessa battaglia – per difendere un diritto che, in quanto sancito dalla Costituzione, dovrebbe essere dato per acquisito?

Ci auguriamo che il 3 maggio 2014 non dovremo più porci qualcuna di queste domande…

Stefano Corradino, direttore Articolo21

#WPFD 2013: A Est pluralismo sotto attacco

La libertà dei media nei paesi dell’Europa centro-orientale costituisce da anni motivo di preoccupazione per molte organizzazioni internazionali attive nel campo della tutela della libertà dell’informazione. Il pluralismo dei media è sott’attacco in moltissimi paesi d’Europa. Per questo motivo è fondamentale conoscere e confrontarsi con realtà e contesti che spesso riteniamo lontani dalla nostra quotidianità, ma che in realtà fanno parte del più piccolo continente del mondo. Un continente dove le difficoltà legate all’esercizio di un’informazione indipendente, libera e plurale minacciano il pieno esercizio della cittadinanza europea.

Quando pensiamo ai paesi dell’Europa centro-orientale dobbiamo distinguere tra i paesi che sono già membri a pieno titolo dell’Unione Europea e quelli che ne sono ancora esclusi (come la Croazia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia, Bielorussia, Moldova e Ucraina). Nella fase di transizione l’Unione Europea non ha saputo imporre norme vincolanti il diritto a un’informazione indipendente, come sancito dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

Emblematico è il caso dell’Ungheria, dove nel 2010 uno dei primi atti politici forti del governo di centrodestra del premier Orban, è stato l’approvazione della legge sui media, proprio poco prima della presidenza europea di turno. Una legge che obbliga i giornalisti a rivelare le loro fonti e che ha portato alla creazione di una nuova autorità per l’informazione con il compito di regolare i contenuti della stampa cartacea e on-line. Una legge immediatamente condannata dall’Ue, dall’Ocse e dalle Nazioni unite, che negli ultimi anni ha permesso il ritiro arbitrario delle licenze ai media (significativo è l caso della Klub Radio, considerata l’unica emittente d’opposizione del paese) e deteriorato l’ambiente lavorativo per i giornalisti.

Il clima di intimidazione persiste anche in Romania e in Bulgaria, anche dopo l’entrata nell’Unione Europea.  Le pesanti aggressioni con tanto di minacce di morte e le irregolarità nell’attribuzione di licenze (in Bulgaria la radio K2) indicano che le riforme promesse dai governi non sono ancora davvero cominciate.

Il clima di intimidazione invade anche gli altri paesi dei Balcani. In Serbia ad esempio, è stata appena costituita una commissione d’indagine, su pressione di molti giornalisti, per far chiarezza sugli omicidi di 3 giornalisti (Radislava Dada Vujasinovic, Slavko Curuvija e Milan Pantic).

La Croazia che il primo luglio 2013 diventerà il ventottesimo paese membro dell’Unione europea la situazione è forse migliore, ma nonostante ciò, sono 5 i giornalisti che vivono sotto protezione, mentre il giornalismo d’inchiesta viene continuamente ostacolato come nel caso della giornalista Jasna Babic, arrestata e trattata come una criminale per aver rivelato gli affari sporchi di un noto imprenditore croato.

Ma ciò che condiziona il lavoro dei giornalisti è soprattutto la corruzione. I media sono spesso controllati (anche attraverso la pubblicità) dalle lobby finanziarie ed economiche vicine alla politica. Manca trasparenza e chiarezza nelle proprietà dei media. Per timore di inimicarsi il governo e dunque allontanare le imprese che investono in pubblicità, l’editore spesso fa pressione sui propri giornalisti che si autocensura per non rischiare di perdere il contratto di lavoro.

Poi c’è il fenomeno dell’uso sempre più frequente del “hate speach”, un linguaggio discriminatorio e razzista nei confronti delle minoranze etniche, religiose, politiche e di genere. La crisi economica e sociale che ha colpito i paesi negli ultimi anni è diventata un terreno fertile per l’esplosione della frustrazione contro tutte le minoranze.

Toni discriminatori e offensivi sono sempre più frequenti in Ungheria, dove i giornalisti si sentono legittimati da un governo che non pone limiti alle attività di Jobbik, il terzo partito nel paese e dichiaratamente razzista e xenofobo.

Una situazione simile si ritrova in Grecia: secondo i Reporter Senza Frontiere questo paese ha subito un’incredibile caduta fermandosi al 84° posto (meno 14) sulla classifica 2012 sulla situazione dei media. RSF denuncia una situazione sociale e professionale disastrosa per i suoi giornalisti, esposti alla condanna pubblica e alla violenza sia dei gruppi estremisti che della polizia.

In questo quadro si inseriscono numerose iniziative e attività di giornalisti che continuano a sfidare le leggi restrittive per portare avanti con dignità e in modo indipendente il proprio lavoro. Sono giornalisti che fanno parte di reti internazionali di giornalismo d’inchiesta come CIR e ICIJ (USA), OCCRB (BiH), IJC (Croazia), RCIJ (Romania), Atlatszo (Ungheria) eccetera.

Una realtà interessante è la rete proposta dall’organizzazione non governativa SEEMO (South East Europe Media Organization) che con il supporto dell’InCE (L’Iniziativa Centro Europea) promuove annualmente un forum premiando i giornalisti d’inchiesta: nel 2012 è stata la volta degli sloveni Matej Surc e Blaz Zgaga per il loro notevole lavoro investigativo sul traffico d’armi in Slovenia e in altri paesi dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta.

E’ necessario inoltre riconoscere il preziosissimo contributo dei giornalisti professionisti che utilizzano i social media per denunciare, informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi che non trovano spazio nei media tradizionali. Un giornalismo condizionato anche dal fenomeno del “citizen journalism”, dove i cittadini spesso diventano soggetti attivi dell’informazione rimpiazzando in alcuni casi gli stessi reporter.

Per garantire e tutelare un’informazione libera, indipendente e plurale l’intervento dell’Unione Europea è fondamentale. Com’è importante l’iniziativa “The European Iniziative for Media Pluralism” che raccoglie oltre numerose associazioni e organizzazioni della società civile che supportati dalle firme di cittadini europei hanno come obiettivo chiedere al parlamento europeo  una legge anticoncentrazione nel settore dei media, la definizione del conflitto di interessi e sistemi di monitoraggio europei per verificare con regolarità l’indipendenza dei media negli Stati Membri.

Un dato curioso è che con il supporto di numerosi esperti e organizzazioni non governative e internazionali del campo della comunicazione in Bosnia Erzegovina è stata stilata una delle migliori leggi sui media esistenti in Europa. Ma purtroppo nella realtà di ogni giorno le regole previste dalla legge vengono ignorate trascurando il diritto dei cittadini ad un’informazione libera e plurale.

Eva Ciuk, giornalista TGR Rai Friuli Venezia Giulia e EstOvest

 

#WPFD 2013: Invisibili a Mezzogiorno

Invisibili a Mezzogiorno. Dalla Sicilia alla Calabria alla Puglia sino alla Campania e in Sardegna. Nella luce della società 2.0 non si vedono. Perché vivono a sud di ogni sud. Eccoli i giovani cronisti di periferia. Che sognano un futuro da professionisti.

Intanto vivono (?) a 10 euro al pezzo, lavorano in condizioni precarie e spesso rischiano di finire nel mirino delle mafie. Sono i nuovi “eroi” dell’informazione. Che ogni giorno offrono a comunità locali spesso distratte da una crisi che tutto e tutti travolge, notizie di cronaca, politica, economia, sport. Ancora più spesso, sono costretti a “tradire” la passione del giornalismo: esigenze di sopravvivenza.

E allora accettano lavori precari in altri settori senza smettere di raccogliere notizie, raccontare, denunciare. Rischiano questi giovani colleghi. Ecco doppio, tripli, quadrupli lavori. Ogni giorno.

Dietro l’angolo, non solo un pericolo dai tanti, troppi volti ma anche la beffa. Dopo una vita trascorsa tra mattinali di questure, pronti soccorsi e consigli comunali, si ritrovano sposati, genitori e forse anche nonni, senza avere mai avuto un contratto di assunzione regolare, senza aver mai beneficiato degli onori di un grande gruppo editoriale.

Eppure, non mollano questi cronisti. Insistono. Sono “cape toste”. Non smettono di scrivere. E di sognare un sud diverso. Perché hanno la schiena dritta. E non si piegano al ricatto delle mafie.

Massimiliano Melilli, RaiNews24

 

 

#WPFD 2013: Cronisti a perdere

“Ma tu che vuoi fare? Vuoi essere un giornalista? Oppure vuoi diventare un giornalista- giornalista? C’è una differenza, anche se non sembra: il giornalista si accontenta di quello che passa il convento e chiusa la sua pagina se ne va a casa sicuro che mai nulla di sconveniente potrà accadergli.

Il giornalista-giornalista invece non si accontenta mai della prima verità, non va a casa all’ora di cena e sa che in quella casa potrà un giorno non farvi più ritorno”. Per grandi linee è questo il discorso che Giancarlo Siani apprende dalla bocca del suo caporedattore pochi giorni dopo essere stato chiamato nella redazione centrale del quotidiano dopo aver fatto il corrispondente da Torre Annunziata.

Giancarlo venne assassinato poco tempo dopo. Lui, il discorso del suoi caporedattore, lo aveva capito benissimo. Anzi, aveva scelto ancora prima di sentire quelle parole. Voleva fare e fece il giornalista-giornalista sapendo perfettamente che un prezzo lo avrebbe comunque pagato e sarebbe stato di sicuro molto pesante: in termini di carriera o di libertà personale (vedi i cronisti arrestati solo per aver pubblicato notizie scomode come  D’Avanzo, Bolzoni e Lodato) o addirittura mettendo a repentaglio la propria vita come è accaduto a lui e a tanti altri colleghi “scannati” dalle mafie.

E se per un istante rivolgiamo lo sguardo all’indietro, se scaviamo nella memoria, ci accorgiamo che tutti i cronisti assassinati da cosa nostra, tutti indistintamente, avevano scelto di fare i giornalisti-giornalisti. Da Mauro De Mauro (Palermo 1970)  a Giovanni Spampinato (Ragusa 1972); da Mario Francese (Palermo 1979) a Giuseppe Fava (Catania 1984); da Mauro Rostagno (Valderice 1988) a Beppe Alfano (Barcellona Pozzo di Gotto 1993).

Il dato che accomuna i delitti dei cronisti siciliani è che si conosce solo un pezzo di verità sui reali moventi di quegli omicidi che spesso (vedi De Mauro ma anche francese, Rostagno e Alfano), forse perché sono molteplici, si sovrappongono l’uno all’altro  finendo con il disperdersi in mille rivoli.

Veniamo da questa storia.

Ma prima di arrivare all’oggi per raccontarvi che intimidazioni, mancati scatti di carriera, censure, avvertimenti e “consigli” continuano inesorabilmente a colpire i giornalisti-giornalisti, quelli che del tornello se ne fottono e che semmai lo scavalcano per andare in onda o in pagina.

Prima di tutto questo, dicevo, va ricordato che nessuno di questi colleghi era ricco, nessuno aveva scelto di fare il cronista come status simbol. A Natale non ricevevano i pacchi dono dagli amici degli amici e se li ricevevano li rispedivano al mittente. E soprattutto erano anonimi. Anonimi cittadini mescolati tra la folla che assisteva ad un fatto che meritava di essere raccontato.

Nessuno di loro avrebbe mai detto di primo acchito a un carabiniere o a un poliziotto o al parente di un morto ammazzato “io sono il giornalista tal dei tali”, a quell’epoca sarebbe stato un errore da matita rossa.

Oggi invece le Tv fanno a gara a chi possiede il logo più grosso del Tg e i giornalisti più accorti hanno perfino la soneria del cellulare con la sigla del notiziario, giusto per mimetizzarsi per passare inosservati. Giornalismo di plastica che ha consentito a modesti uomini macchina dai curriculum discutibili di diventare vicedirettori o addirittura direttori di testate molto importanti con l’aiuto delle massonerie e degli ambienti politici e imprenditoriali. Senza che se ne ricordi uno scoop, un’inchiesta, un servizio ben confezionati.

Ma nonostante questa deriva indecente (sotto il profilo della purezza del mestiere e del merito) c’è ancora chi il lavoro, in Rai e fuori, continua a farlo sulla scia dei padri. Oggi Siani guadagnerebbe pochi euro ad articolo esattamente come accade a molti cronisti calabresi, campani e siciliani che non hanno un contratto a tempo indeterminato.

Sono loro oggi i nuovi De Mauro, Francese, Fava e Rostagno ma per fortuna sono ancora vivi e possono parlare, raccontare e denunciare. Vanno protetti. Sono nel mirino delle cosche del loro paese, della loro città, della loro regione. Sono anonimi e sono soli.

Rovesciando il titolo di un bellissimo libro di Garcia Marquez, sono giornalisti sconosciuti ma non sono felici.

Francesco Vitale, inviato TG2 Rai

 

#WPFD 2013: Giornata dedicata a tutti i cittadini

La celebrazione della Giornata internazionale della libertà di stampa,  proclamata dall’ Onu 20 anni fa per il 3 maggio, si associa immediatamente ai tanti giornalisti che in tutto il mondo hanno sofferto – spesso fino alla morte – per la passione con cui hanno fatto il loro lavoro.

Quest’ anno  l’ Unesco ha deciso di dedicare la giornata, con l’ assegnazione del  ‘’Guillermo Cano World Press Freedom Prize 2013″, alla  giornalista etiope Reeyot Alemu, detenuta in un carcere alla periferia di Addis Abeba per i suoi servizi critici nei confronti del governo del suo paese, mentre in Italia  l’ Unione nazionale cronisti ha organizzato una manifestazione a Perugia in memoria dei giornalisti uccisi da mafie e terrorismo.

Il 3 maggio  è una giornata fortemente simbolica, che va coltivata con cura, perché mostra con forza che il giornalismo è fatto anche – può essere fatto anche – di grande coraggio e di grande dignità.

Non è retorica. Amedeo Ricucci e i suoi collaboratori ci dicono che non hanno fatto nient’ altro che il loro mestiere. Domenico Quirico, ne siamo sicuri, lo confermerà presto. Il problema è, appunto, ribadire questo aspetto, tranquillamente etico. ‘’Fare il proprio mestiere’’.  Non eroismo. Fare del buon giornalismo. Dare valore aggiunto all’ informazione, rompere i silenzi e i segreti.

Il significato del 3 maggio deve però andare oltre, associando la cittadinanza, diventata ora una nuova protagonista del sistema dell’ informazione. Con la fine del monopolio delle notizie da parte della professione e l’ affermarsi del ‘’giornalismo diffuso’’ (quel vasto reticolo di ‘’atti di giornalismo’’ che si moltiplicano nel mondo con nuove piattaforme e nuovi supporti), nasce un altro, ampio, territorio di pratica dell’ informazione giornalistica: che va nello stesso tempo difeso, protetto e responsabilizzato.

Lo possiamo fare se le nostre istituzioni – prima fra tutte l’ Ordine dei giornalisti, che dovrebbe puntare più alla rappresentanza del giornalismo che dei giornalisti – riusciranno ad abbracciare una politica di apertura, di inclusione, rompendo con la linea di chiusura sempre più corporativa in nome di una mitica ‘’purezza’’ di principi tanto spesso smentita dalla realtà.

Il cittadino che fa del giornalismo, il giornalista volontario, il giornalista ‘’amatoriale’’ possono diventare degli alleati chiave del buon giornalismo professionale, una ulteriore  ‘’forza’’ del giornalismo nel suo complesso. Ma i due mondi devono contaminarsi: curiosità, passione e impegno civico da un lato; cultura etica e professionale del giornalismo di qualità dall’ altro. Che va condivisa, diffusa e, soprattutto, praticata.

Ecco quello che forse questo 3 maggio potrebbe rappresentare. Le vicende della giornalista etiope Reeyot Alemu e dei giornalisti uccisi da mafie e terrorismo nel nostro paese dovrebbero parlare a tutti i cittadini, non solo ai giornalisti.

Pino Rea, Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione (Lsdi)

#WPFD 2013: La “convenienza”

Sono 9 i giornalisti uccisi dalle mafie in Italia dagli anni ’60 ad oggi e non è retorica ricordarli in questa 6° giornata della memoria organizzata dall’UNCI. Nove persone ammazzate perché avevano fatto il loro lavoro di inchiesta e di scrupolosi cronisti, mettendo in luce affari poco puliti e delitti mafiosi di  grande rilevanza al punto da essere uccisi per metterli a tacere insieme ai giornalisti che li avevano scoperti. In alcuni casi, quelle inchieste sono morte e quelle notizie sono scomparse insieme a chi le aveva scoperte. Nove nomi, tutti da ricordare.

Cosimo Cristina, ucciso il 5 maggio 1960, un delitto oscuro, fatto passare per suicidio. Ma, come scoprì il vicequestore Angelo Mangano anni dopo, Cristina aveva pubblicato pochi giorni prima dell’assassinio, un articolo nel quale aveva ricostruito un delitto di mafia avvenuto a Termini Imprese, che evidentemente doveva restare segreto. Ma per il suo omicidio, nessuno sinora è stato imputato.

Mauro De Mauro, scomparso sotto la sua casa il 16 settembre 1970, a Palermo. Cronista de “L’Ora”aveva indagato sui collegamenti tra mafia e gruppi eversivi. Al momento della scomparsa stava lavorando sul delitto Mattei. Il suo corpo non è stato mai trovato, né rintracciate le informazioni che aveva avuto sulla vicenda del presidente dell’Eni, schiantatosi con il suo aereo nel 1962. Solo ora il processo per il suo omicidio è ripreso, dopo nuove rivelazioni.

Giovanni Spampinato, cronista del “L’Ora” e de”L’Unità” ucciso a 22 anni il 27 ottobre 1972 mentre stava pubblicando una inchiesta sull’intreccio tra mafia, trame  neofasciste e malavita a Ragusa.

Peppino Impastato, ucciso il 9 maggio 1978 per le sue attività di denuncia della mafia di Cinisi dove abitava e comandava il boss Tano Badalamenti. Per anni il suo omicidio è stato “depistato”, tentando di farlo passare per un attentato terroristico attuato con esplosivo. La verità è emersa  solo dopo anni di indagini della Procura di Palermo.

Mario Francese, cronista giudiziario de “Il Giornale di Sicilia”, ucciso la sera del 26 gennaio 1979. Fu il primo giornalista a scrivere denunciando la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina. Per questo fu ucciso dalla cupola di cosa nostra,ma si scoprì solo 22 anni dopo; la condanna dei capi  mafiosi è arrivata solo nel 2001.

Giuseppe Fava, fondatore del giornale “I Siciliani”, ucciso il 5 gennaio 1984, nel centro di Catania, nei pressi del Teatro Bellini. Aveva attaccato frontalmente i grandi gestori degli appalti di Catania, in “odor” di mafia.

Giancarlo Siani, freddato il 25 settembre 1985 a 26 anni. Ucciso dai sicari della camorra di Torre Annunziata in Campania, dove lavorava per “Il Mattino”, con un rapporto di collaborazione e corrispondenza. Assunto  dopo la morte, “giornalista-giornalista”, secondo la definizione diventata famosa  nel film a lui dedicato, aveva scoperto traffici ed affari della camorra dei clan Gionta e Nuovoletta.

Mauro Rostagno, ucciso a Lenzi, una frazione di Valderice (Trapani), il 26 settembre 1988 da sicari mafiosi. Secondo la procura che li ha mandati a processo (le udienze sono tuttora in corso), su ordine dei boss Vincenzo Virga e Mariano Agate, infastiditi, sempre secondo le ipotesi dell’accusa, dalle denuncia di Rostagno sui traffici  di droga, appalti e, forse, armi.

Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano “La Sicilia” da Barcellona Pozzo di Gotto, grosso centro in provincia di Messina, ucciso l’8 gennaio 1993 per le sue denunce degli affari illeciti sull’asse Messina Palermo.

Tutti uccisi non solo perché alzavano la voce contro le organizzazioni mafiose, ma perché facevano inchieste giornalistiche, cioè il proprio lavoro, scoprendo fatti misteriosi e toccando le corde vere del potere  mafioso: il controllo del territorio, gli affari ed appalti, la corruzione, gli intrecci con poteri occulti della Stato e trame neofasciste a questi ultimi connessi. Non sempre la mafia uccide chi fa indagini o inchieste giornalistiche: molte volte usa altri strumenti, più subdoli, talvolta ugualmente e tristemente efficaci per cercare di mettere a tacere le voci scomode. Le intimidazioni con minacce dirette ed indirette, le querele milionarie chieste spesso a giornalisti ed editori che non potrebbero mai permettersi risarcimenti di centinaia di migliaia di Euro. Il ricatto, il più delle volte da “poteri forti” collusi con le mafie dal punto di vista economico, per evitare la scoperta di fatti ed accordi che potrebbero saltare se emergessero alla luce del sole. Sempre secondo un solo principio: la “convenienza”.

Le mafie uccidono se si toccano i loro nervi scoperti dell’arricchimento illecito, ponderando sempre se il morto gli  conviene, se il giornalista è isolato abbastanza da non suscitare reazioni dalla comunità, dallo Stato, dalle istituzioni, se la scomparsa di un giornalista fa più rumore di un silenzioso tentativo di patto o intimidazione, magari minacciando interventi sull’editore o sulla famiglia del giornalista stesso oppure mettendo in moto contro il cronista la macchina del fango. La convenienza è  il limite del loro intervento, della modulazione delle minacce,della via migliore per raggiungere i loro scopi con il minor danno da subìre per le conseguenze delle loro intimidazioni ed azioni.

Ma la convenienza è anche il segno di quanta alta deve essere l’asticella sociale, il riflettore acceso sul lavoro di inchiesta del giornalista,per non farlo sentire solo ma, al contrario, per aumentare  la consapevolezza sull’importanza, direi necessità, dell’informazione pulita, coraggiosa, senza reticenze, per scoprire corruzione e malaffare,per denunciare all’opinione pubblica gli affari che arricchiscono i mafiosi dei colletti bianchi ai danni della società. Significa   fermezza e schiena dritta nelle redazioni , significa lavoro di squadra e corresponsabilità dei direttori e capi-redattori nell’aiutare le inchieste e collaborare per proteggere i giornalisti dalle querele temerarie e dalle macchine del fango.  Significa rendere sempre meno “conveniente” per i mafiosi , i camorristi, gli ‘ndranghetisti ed i poteri che li sorreggono, affrontare lo scontro con l’informazione. Significa azione collettiva, anche sindacale, per dimostrare la forza dell’onestà e dell’informazione pulita , facendo arretrare i mafiosi ed il loro potere, senza scendere mai a patti con i loro emissari o soci in affari, nella società e nelle società.

Ma significa anche, per noi tutti giornalisti, l’affermazione della nostra libertà di pensiero e di inchiesta, aumentando la preparazione,la conoscenza meticolosa dei fatti, il rispetto delle persone e dei “soggetti deboli” (soprattutto dei bambini e delle persone in difficoltà oggettiva) per avere dalla società civile tutto l’appoggio,il sostegno e la “difesa” di cui abbiamo bisogno per proseguire il nostro lavoro senza sentirci isolati. E poter chiedere a testa alta alle Istituzioni tutte, di non sottrarsi al confronto per migliorare le leggi (ad esempio quella sulla diffamazione e contro le querele temerarie) per garantire, senza pericolo per la propria vita e per la propria libertà d’espressione, la funzione di controllo del giornalismo.

Santo Della Volpe, direttore di liberainformazione