La povertà (non) è un’opinione

C’è la storia di Pierluigi invalido e sfrattato che vive in un camion e chiede aiuto agli amici per sopravvivere, quella di Giuseppe che non ha i soldi per pagarsi l’affitto e vive in un furgone, e ancora la storia Tiziana che ha un passato da stilista e un presente da nullatenente, storie che raccontano la caduta negli inferi della povertà in Italia. E poi ci sono le storie di Angelo e Piera, che dopo un periodo di indigenza sono riusciti a risollevarsi, trovare un lavoro. Storie di riscatto. Sono alcuni dei diversi volti della povertà in Italia raccontati con tagli e obiettivi editoriali diversi nelle edizioni dei telegiornali del prime time di Rai, Mediaset e La7 nel 2018.

A monitorarle uno speciale del secondo rapporto “Illuminare le periferie”: un’indagine quantitativa e qualitativa che racconta quanta informazione arriva nelle tv italiane su temi internazionali e sociali. Ideato da COSPE onlus, Usigrai e Fnsi, e condotto da Paola Barretta,  Giuseppe Milazzo e Antonio Nizzoli, ricercatori dell’Osservatorio di Pavia, con il patrocinio dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.

Oltre agli esteri e al corpus centrale del rapporto, che si concentra principalmente su come i temi internazionali vengano (o non vengano) trattati sulle tv generaliste italiane, quest’anno lo studio presenta anche un focus su marginalità, povertà, e degrado.

I risultati dell’analisi quali quantitativa ci dicono che il tema è trattato da 706 notizie, l’1,4% del totale (48.936 notizie), una media di due notizie al giorno all’interno dei 7 telegiornali esaminati, equivalente a una notizia ogni circa 4 giorni a notiziario.

La parte preponderante (67,1%) è stata declinata per illustrare le politiche di “Contrasto della povertà”, soprattutto il dibattito politico durante la campagna elettorale, l’approvazione da parte del Governo e del Parlamento nonché le discussioni per l’attuazione del Reddito di cittadinanza. È un tema di politica economica che affronta la povertà da un punto di vista di sostegno monetario destinato a chi ha determinati requisiti “oggettivi” (Isee, patrimonio immobiliare, composizione della famiglia, ecc.).

Accanto a questo ci sono le notizie che illustrano le Statistiche relative alla povertà (9,3%). Costituiscono la base numerica che dovrebbe “legittimare” la politica economica. Sono dati non di immediata lettura, spesso enfatizzati da presentazioni che puntano a drammatizzare il fenomeno, quasi sempre senza contestualizzazioni e approfondimenti.

Ci sono poi le storie o meglio i “casi” (9,1%), in cui persone in difficoltà sono protagoniste dei servizi. La concretezza finisce spesso per essere un’esibizione emotiva della povertà (spesso gli intervistati piangono), con persone che vivono in auto, all’addiaccio o comunque in situazioni di forte degrado.  Proprio nella descrizione dei Casi emergono due modalità che polarizzano la narrazione: la caduta in disgrazia da una parte e il riscatto dall’altra. Per quanto riguarda la caduta le cause sono appunto

delle disgrazie più che una condizione sociale strutturale: dalla tipologia degli approfondimenti  rimane molto difficile capire esattamente quale insieme di circostanze abbia realmente provocato la drammaticità della situazione descritta anche perché l’intervista è quasi sempre un elenco più o meno lungo di eventi (malattie, perdita del lavoro, incidenti, lutti familiari, ecc.) la cui fatalità e/o incapacità di gestione personale e/o di latitanza di terzi (in primis lo Stato) è solo evocata ma quasi mai spiegata.

E’ proprio intorno alle storie che si delineano le diverse chiavi interpretative e le linee editoriali: nei telegiornali di Mediaset si tende a dare un taglio di “guerra tra poveri” che vede contrapposti italiani a italiani, italiani a immigrati e immigrati a immigrati. Il riscatto invece si basa sulle storie di chi si rialza dalla caduta, spesso con la forza di volontà e un atteggiamento positivo, magari in un contesto di solidarietà: in questa chiave sono soprattutto i telegiornali della Rai;

Molte delle narrazioni mettono poi in evidenza il ruolo del Volontariato (7,5%) che interviene o nella funzione di “denuncia” della povertà oppure di racconto delle iniziative concrete messe in opera dalle varie organizzazioni.

In generale dal rapporto si evidenzia la scarsità di notizie (7 notizie su 10 si parla di politiche di contrasto alla povertà in ragione del dibattito sul reddito di cittadinanza. Togliessimo la congiuntura di quella copertura, non raggiungeremmo neanche l’1%) e una polarizzazione nella narrazione della povertà: questa viene descritta in modo astratto e generale nelle notizie sulle politiche di Contrasto della povertà e nelle Statistiche mentre nei Casi, Volontariato e Degrado in modo estremamente concreto e specifico.

A livello mondiale Oxfam ha di recente pubblicato un rapporto che rileva come l’anno scorso, da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. I rapporti Caritas regionali evidenziano come il fenomeno della povertà in Italia negli ultimi 10 anni sia diventato sempre più complesso e articolato e come ad esserne colpiti sono sempre più i giovani e anche chi ha un lavoro.

Sui media invece la concretezza finisce per concentrarsi su casi disperati, cadute in disgrazia, drammi personali che ragionevolmente riguardano una minima parte dei 5 milioni di poveri assoluti stimati dalle statistiche. Ci si focalizza sulla marginalità estrema e non sulla povertà e la sua articolazione e complessità.

“Vorremmo una copertura articolata e meno emotiva della questione povertà – dice Anna Meli di COSPE - che evidenzi come il nostro attuale sistema economico sia totalmente iniquo e insostenibile. Chiediamo ai media un lavoro attento che guardi e spieghi le cause della povertà in Italia e nel mondo per rendere consapevoli i cittadini delle responsabilità reali e metta fine alla propaganda della “guerra tra poveri”, ovvero della competizione tra le fasce più deboli della popolazione per la scarsità di risorse. Le risorse ci sono. Serve un cambio di modello che metta al centro i bisogni delle persone e attui una equa redistribuzione della ricchezza”.

D’accordo anche la Federazione Nazionale della Stampa:  “Non solo condividiamo, ma riteniamo essenziale “Illuminare le periferie” - dice Giuseppe Giulietti, presidente della FNSI - dare voce a chi non ce l’ha non è solo un dovere etico, ma anche un impegno civile e professionale perché la cancellazione della realtà condanna alla disperazione milioni di esseri umani e li consegna ai tanti avventurieri che usano gli ultimi a protezione delle oligarchie dominanti. Per queste ragioni abbiamo deciso di aderire anche al cosiddetto “Sinodo dei giornalisti”, promosso dalla rivista San Francesco e da Articolo 21, e che riunirà ad Assisi credenti e non credenti per elaborare un piano d’azione per contrastare le parole dell’odio e della discriminazione ed elaborate un progetto che metta le parole a disposizione di chi vuole anteporre i ponti dell’accoglienza ai muri del livore e dell’esclusione sociale. L’appuntamento è stato fissato per il 24 e 25 gennaio 2020”.

Omicidio Caruana Galizia, Fnsi e Usigrai: «Il 16 ottobre sia giornata della lotta per la verità» 

«Il 16 ottobre deve diventare la giornata dedicata alla lotta per la verità: non solo una commemorazione in occasione dell’anniversario dell’assassinio di Daphne Caruana Galizia. Una giornata per accendere i riflettori sulle inchieste dei giornalisti in difesa dei diritti umani e sulla ricerca di verità e giustizia per i cronisti uccisi nell’esercizio del loro lavoro. Un impegno che sarà contraddistinto dal fiocco viola, il colore preferito di Daphne, che domani sarà sui siti web della Fnsi, dell’Usigrai e di numerose associazioni e movimenti».

È l’idea lanciata oggi nel corso dell’incontro promosso nella sede della Federazione nazionale della Stampa italiana alla vigilia del secondo anniversario dell’uccisione della giornalista Daphne Caruana Galizia.

«In questo – aggiungono Fnsi e Usigrai – un appello specifico lo rivolgiamo alla Rai Servizio Pubblico e a tutte le testate giornalistiche affinché raccolgano il testimone: la vicenda di Daphne è una questione europea, quindi ci riguarda da vicino come italiani».

Fnsi-Usigrai: riflettori accesi su incidenti sul lavoro

«Domenica 13 ottobre, in tutta Italia, sarà celebrata la giornata contro le morti sul lavoro promossa dall’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro. La Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Usigrai hanno concordato con l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, la promozione di una vera e propria campagna nazionale contro una strage che offende la dignità delle persone e che non può essere catalogata come ‘tragica fatalità’. Ci auguriamo che la prossima giornata del 13 possa essere l’occasione per riaccendere i riflettori su questo tema e impostare una quotidiana campagna di informazione per contrastare le origini e le cause di questa lunga catena di delitti e tragedie».

Lo affermano, in una nota, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della FNSI, e Vittorio Di Trapani, segretario dell’Usigrai.

A lezione di tv: come vengono ‘coperte’ le notizie delle periferie dimenticate?

BOLOGNA – Un’occasione di confronto sulla televisione come mezzo di informazione e su come questo media “copre” le notizie oltreconfine, soprattutto dalle periferie dimenticate del mondo. Studenti, giornalisti, Ong, ricercatori e insegnanti si sono confrontati su dati 2019 dell’Osservatorio di Pavia “Illuminare le periferie”, realizzato da Fnsi, UsigRai, la onlus Cospe e con il patrocinio dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo all’Università di Bologna Alma Mater Studiorum.
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L’inusuale lezione del corso di Sociologia della comunicazione ha visto in cattedra Mirella Marchese (Osservatorio Pavia), Anna Guidi (Cospe onlus) e in rappresentanza di Usigrai, il segretario generale aggiunto Fnsi, Mattia Motta. Dalla seconda edizione del rapporto emerge come nel 2018 sia “esplosa” la copertura delle notizie su porti e migrazioni, un servizio su dieci riguardava questo argomento mentre, allo stesso tempo, appare in caduta libera la trattazione delle motivazioni profonde alla base delle migrazioni, ossia guerre, conflitti, epidemie che hanno riguardato solo il 4% dei servizi sugli esteri.

Le notizie di politica (33%), cronaca (29%) e tutte le “soft news” (17%) occupano, insieme, otto notizie su dieci della “pagina” degli esteri. Guerre, tensioni e conflitti costituiscono la penultima voce (4%), dato più basso in sette anni di rilevamenti.

Ed è l’Africa,nel 2018, il continente con la minor visibilità sui media itliani. Nel 2018 solo 440 servizi hanno riguardato il continente africano, contro i 1.152 servizi di due anni fa. La mappa dei protagonisti degli esteri e dei marginali spiega bene la contraddizione e l’apparente schizofrenia dell’agenda-setting degli esteri: su dieci notizie sugli esteri, 7 riguardano i paesi Europei (5) e nordamericani (2), segue l’Asia (12% notizie) il Medio Oriente (11%) e i marginali: Africa e Centro-Sud America con 5 notizie a testa su 100.

“Per capire quanto ci riguardino gli esteri, provate a guardare l’etichetta dei vestiti che indossate oggi – ha chiesto agli studenti Anna Guidi, giornalista e responsabile comunicazione Cospe -. Pakistan, Vietnam, Bangladesh, Tunisia. Ecco, per esempio sulle condizioni di vita e di lavoro delle persone che fabbricano i nostri vestiti, guardando i dati dell’Osservatorio, non sappiamo quasi nulla. Vorreste saperne di più?”.

Affermativa e convinta la risposta degli universitari. Motta ha sottolineato l’importanza dell’Osservatorio: “E’ uno strumento che offre la possibilità di arricchire la dimensione etica e professionale di ogni giornalista”. In generale, il segretario Fnsi ha sottolineato l’importanza rivestita oggi dai professionisti freelance sui teatri di guerre e conflitti delle periferie del mondo.

“Soprattutto nei programmi di approfondimento presi in esame dall’Osservatorio – ha detto Motta – la copertura delle notizie dai fronti esteri viene coperta sempre di più da giornalisti freelance. Da un lato, giornalisti, videomaker e fotografi non dipendenti italiani si stanno specializzando nella copertura di queste notizie perché sono pagate degnamente rispetto alle cronache italiane, d’altro canto la crisi del settore ha portato sia l’ industria “pesante” delle tv sia i grandi editori a chiudere uffici di corrispondenza all’estero. Oggi le periferie territoriali e sociali ce le troviamo anche in Italia, e il loro racconto è fondamentale per dare piena attuazione al diritto dei cittadini di essere informati. Conoscere, per deliberare è l’essenza della cittadinanza. E finché non riusciremo a raccontare meglio le periferie attraverso lo sguardo di chi, costituzionalmente, è deputato a farlo saremo cittadini, tutti, un po’ meno liberi”.

Rifiutare a un giornalista l’accesso in un centro di accoglienza è una violazione della Convenzione europea

di Marina Castellaneta

Le autorità nazionali devono consentire ai giornalisti l’accesso alle informazioni. Di conseguenza, se uno Stato impedisce a un cronista l’accesso in un centro di accoglienza per richiedenti asilo commette una violazione dell’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo che tutela il diritto alla libertà di espressione.

Lo ha chiarito la Corte europea con la sentenza depositata l’8 ottobre 2019, nel caso Szurovecz contro Ungheria (ricorso n. 15428/16,CASE OF SZUROVECZ v. HUNGARY ), che ha portato a una condanna di Budapest perché le autorità nazionali avevano impedito al cronista l’accesso al centro di accoglienza di Debrecen.

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‘Non ci faremo intimidire’

Ancora una aggressione a una troupe della Rai. Il comitato di redazione della Tgr Rai Abruzzo, l’Esecutivo Usigrai e la Assostampa Abruzzese denunciano con forza un tentativo di impedire il lavoro giornalistico dei colleghi Serena Massimini e Ennio Balducci, operatore di ripresa.

Nel territorio di Carsoli (Aq) i comitati denunciano da tempo odori sgradevoli e la mostra troupe Rai era lì per documentare la situazione, ma qualcuno ha provato a impedirlo.

Non ci faremo intimidire.

E anzi amplificheremo gli sforzi per indagare e raccontare.

Alpi-Hrovatin, il gip dispone nuove indagini. Lunedì 7 ottobre conferenza stampa in Fnsi 

«Il gip di Roma Andrea Fanelli ha deciso di non archiviare le indagini sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, accogliendo così le tesi sostenute, con grande perizia e passione civile, dall’avvocato di parte civile Giulio Vasaturo e dal professor Carlo Palermo, legale della famiglia Alpi. In questo momento vogliamo solo dire grazie a chi non ha mai smesso di reclamare verità e giustizia e ha dato corpo, anche dopo la loro morte, alla voce di Luciana e Giorgio Alpi. Ora tutti insieme dobbiamo reclamare che sia finalmente svelata la catena dei depistaggi e delle omissioni indicate con grande chiarezza nella sentenza della Corte d’Appello di Perugia». Lo affermano, in una nota, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi, e Vittorio Di Trapani, segretario dell’Usigrai.

Per illustrare i termini della decisione odierna, che racchiude importanti riflessi anche sull’articolo 21 della Costituzione e sulla piena legittimazione di Fnsi e Usigrai a rappresentare gli interessi dell’intera categoria dei giornalisti, lunedì 7 ottobre alle ore 15.30 si terrà una conferenza stampa nella sede della Federazione nazionale della Stampa italiana, in corso Vittorio Emanuele II, 349 a Roma.

La Rai faccia formazione per raccontare in modo corretto la violenza contro le donne

di Monica Pietrangeli

La reazione dell’opinione pubblica alle modalità con cui è stato raccontato il femminicidio di Piacenza e, pochi giorni dopo, alla puntata di Porta a Porta con l’intervista ad una donna sopravvissuta al femminicidio da parte del conduttore Bruno Vespa, sono il segnale inequivocabile che sul tema della violenza contro le donne all’informazione viene chiesto un radicale cambio di passo.

A tutte le giornaliste e giornalisti le migliaia di messaggi circolati sui diversi social network hanno detto: assumetevi la responsabilità, fate la vostra parte. Raccontando in modo corretto i fatti di cronaca, tenendo fermi i principi indicati nel Manifesto di Venezia, analizzando le ragioni strutturali della violenza.

Ancora più necessaria, se possibile, è un’assunzione di responsabilità da parte del Servizio Pubblico. Per il ruolo propulsivo che la Rai deve avere in tema di coesione sociale. Per il preciso impegno sancito, tra gli altri, nell’articolo 9 del Contratto di servizio: “La Rai assicura… la realizzazione di contenuti volti alla prevenzione e al contrasto della violenza in qualsiasi forma nei confronti della donna.”

Come giornaliste e giornalisti della Rai abbiamo fatto già un grande passo, introducendo nel nostro contratto, oltre alle carte deontologiche, anche
il Manifesto di Venezia. Ma il caso Vespa, solo per fare un esempio, ci mostra che non è sufficiente.

È partendo da questo presupposto che l’assemblea dei comitati di redazione e dei fiduciari riunita ad Assisi il 2 e 3 ottobre, ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il sindacato Usigrai e la sua Cpo a promuovere tutte le azioni necessarie perché la Rai adempia ai suoi obblighi. Anche e soprattutto attraverso una adeguata formazione di tutti i dipendenti, compresi i dirigenti.

Ora chiederemo alla Rai un confronto, metteremo a disposizione le nostre competenze e conoscenze. Siamo convinte che i tempi siano maturi.

Addio a Sandro Ceccagnoli

di Piero Damosso

E’ morto un grande giornalista, uno dei nostri maestri di servizio pubblico, lealtà, correttezza, professionalità, serenità. Sandro Ceccagnoli è mancato all’affetto dei suoi cari e a tutti noi del Tg1 e della Rai il giorno prima del suo compleanno, quando avrebbe dovuto compiere 81 anni.

Sandro Ceccagnoli era uno che non appariva mai, perché è stato per molti anni il capo della macchina del Tg1, la macchina del coordinamento, della messa in onda, della formazione dei conduttori, quella macchina formidabile che ha portato il Tg1 dalla direzione di Emilio Rossi in avanti ad essere il telegiornale più seguito, l’ammiraglia Rai.

Sandro Ceccagnoli, circondato da una famiglia meravigliosa, è stato leader nelle trasformazioni della testata, accompagnando i giovani e incoraggiandoli, promuovendo le innovazioni, ma come diceva, mai a strappi, sempre nel rispetto della tradizione di autorevolezza di linguaggio e immagini e di pluralismo.

L’ultima sua volta a Saxa, tra di noi, per la cerimonia di dedica della palazzina del Tg1 ad un altro grande direttore Albino Longhi, di cui Ceccagnoli è stato amico e collaboratore prezioso.

Caro Sandro, abbiamo imparato moltissimo da te, dai tuoi consigli, dalla tua intelligenza non urlata, dalla tua capacità di ascoltare e di fare squadra, in redazione come nello sport, quello più pulito e vero, come sei stato tu.

I funerali, mercoledì 26 settembre, alle 10, nella Chiesa di Santa Lucia, a Roma. Non ti dimenticheremo. Non dimenticheremo il tuo entusiasmo che si rinnovava ogni giorno, perché ogni giorno è un nuovo inizio.

E con questo spirito vivevi gli avvenimenti senza pregiudizi, e con una coscienza pronta, attenta, curiosa, consapevole. I tuoi silenzi erano efficaci più di tante parole.

E soprattutto quando vedevi un collega o una collega in difficoltà, andavi incontro, cercavi di capire. Continuerai ad essere un esempio per tutti. In questo nuovo inizio che, per chi è credente, non finisce più ed è capace di smuovere i cieli.

Violenza contro le donne, la Rai si faccia promotrice di un cambiamento culturale

Di fronte ai continui episodi di violenza contro le donne la Rai dovrebbe essere promotrice di cambiamento culturale. E invece dobbiamo assistere all’ennesima intervista che mette sotto accusa la vittima.

«Signora, se avesse voluto ucciderla l’avrebbe fatto». Bruno Vespa lo dice con il sorriso sulle labbra alla donna che gli siede di fronte. La sopravvissuta ad un femminicidio, alle botte e alle coltellate e ora costretta a vivere sotto scorta, visto che il suo aggressore, Mauro Fabbri, è fuori del carcere e vive a pochi chilometri da casa sua.

È soltanto una delle frasi che hanno infarcito la morbosa intervista condotta dal noto “artista” della tv pubblica durante la puntata di martedì 17 settembre, nella quale Lucia Panigalli, questo il nome della donna, invece di poter parlare del motivo della sua presenza nello studio televisivo di Porta a Porta, cioè la richiesta di una proposta di legge, ha dovuto rispondere alle incalzanti e insinuanti domande di Vespa.
Non è nuovo Vespa a questo tipo di interviste, che si trasformano in interrogatori alle donne invece che in occasioni per raccontare e approfondire un fenomeno strutturale come quello della violenza.

E purtroppo non è nemmeno un caso isolato. Distorta, senza rispetto per la vittima ci è parsa anche la puntata de La vita in diretta del 12 settembre. Si parlava del femminicidio di Piacenza e le parole usate hanno mostrato una totale lontananza dai temi posti dal manifesto di Venezia: l’amore associato alla violenza, il racconto del solo punto di vista dell’omicida, fatto passare per “ossessionato”, attraverso una lunghissima intervista alla sua consulente “di parte”, alla vigilia della richiesta, da parte dei difensori, della perizia psichiatrica. Non è una pagina d’informazione degna del Servizio Pubblico.

Ci chiediamo come sia possibile, alla luce del ruolo che la Rai svolge al servizio delle cittadine e dei cittadini, che possa venire tollerata una tale, distorta, tossica rappresentazione della violenza contro le donne.
Diciamo all’Amministratore Delegato Fabrizio Salini e al Consiglio di Amministrazione che quanto abbiamo visto nelle due puntate citate è in palese violazione non soltanto delle norme deontologiche e del Manifesto di Venezia, ma del contratto di servizio.

Cpo Fnsi
Cpo Usigrai

#NoiNonArchiviamo il caso Alpi – Hrovatin, il 19 e 20 settembre due iniziative a Roma

‘Noi non archiviamo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin’. Questo sarà il filo conduttore delle iniziative che si svolgeranno a Roma il 19 e 20 settembre prossimi. La decisione è stata assunta al termine dell’incontro fra la Federazione nazionale della Stampa italiana e Francesco Cavalli, per 19 anni presidente del premio Ilaria Alpi e promotore, insieme a Mariangela Grainer, da sempre vicina alla famiglia della giornalista uccisa in Somalia, delle iniziative per i 25 anni dall’assassinio di Ilaria e Miran.

Giovedì 19 settembre, alle 12, nella sede della Fondazione Paolo Murialdi si terrà una conferenza stampa per annunciare l’istituzione di un fondo speciale che raccoglierà tutto l’archivio di Ilaria Alpi.

Venerdì 20 settembre la Fnsi, l’Usigrai, il Comitato di redazione del Tg3, Articolo 21, Libera Informazione e associazione Amici di Roberto Morrione promuoveranno un presidio davanti al tribunale di Roma in concomitanza con la nuova udienza sulla richiesta di archiviazione.
Sarà l’occasione per ribadire #NoiNonArchiviamo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

‘NON GIOCATE LA SUPERCOPPA IN ARABIA SAUDITA’

In vista della Supercoppa Juventus-Lazio, tra le squadre vincitrici dello scudetto e della Coppa Italia 2018-2019, Amnesty International Italia e UsigRai (il sindacato dei giornalisti dell’informazione pubblica) hanno scritto ai presidenti dei due club calcistici chiedendo di non giocare la partita in Arabia Saudita.

Nella lettera inviata questa mattina, le due organizzazioni chiedono a Juventus e Lazio “una precisa e benvenuta assunzione di responsabilità” e di dare “il segnale che lo sport, il calcio in particolare, possono essere un veicolo straordinario di valori e un esempio virtuoso di grande importanza per il pubblico e per i tifosi più sensibili, i giovani”.
“Nonostante la grande campagna di comunicazione messa in campo dal governo saudita per accreditare un paese impegnato nelle riforme” – si legge nella lettera inviata ad Agnelli e Lotito – “la situazione dei diritti umani rimane estremamente preoccupante. Se è stato abolito il divieto di guida per le donne ed è stato riformato l’istituto del ‘guardiano maschile’ da cui dipendeva ogni scelta riguardo alla vita personale e pubblica delle donne, le attiviste che avevano promosso le campagne su quei temi languono in carcere”.
“Già in occasione dell’ultima edizione della Supercoppa tra Juventus e Milan, disputata nel gennaio di quest’anno” – prosegue la lettera – “le nostre organizzazioni avevano espresso profondo disaccordo per una scelta che avrebbe rafforzato il cosiddetto sportwashing, la strategia adottata da molte nazioni del Golfo, prima tra tutte l’Arabia Saudita, di utilizzare lo sport, ospitando eventi di rilevanza internazionale, per distogliere l’attenzione dalla situazione dei diritti umani”.

La lettera ricorda la vicenda del blogger Raif Badawi, arrestato nel 2012 e condannato nel 2014 a 10 anni di carcere e a 1000 frustate (50 delle quali eseguite nel 2015 proprio a Gedda, sede della prima Supercoppa), che resta tuttora in prigione.

Vengono poi segnalate la repressione dell’intera comunità dei diritti umani, ridotta al silenzio attraverso dure condanne emesse al termine di processi profondamente irregolari, e le centinaia di condanne a morte eseguite negli ultimi anni, che fanno dell’Arabia Saudita il terzo stato al mondo per numero di esecuzioni.
Alla vigilia della precedente Supercoppa, il Presidente della Lega Calcio di Serie A, Gaetano Miccichè, affermò che se il contratto con l’Arabia Saudita gli fosse stato sottoposto dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, non l’avrebbe sottoscritto.

E allora perché, si chiedono Amnesty International Italia e UsigRai, si vuole insistere a giocare in Arabia Saudita “anche dopo che una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha confermato i sospetti sul coinvolgimento del principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman nell’uccisione del giornalista e dissidente, barbaramente trucidato in Turchia, all’interno del consolato saudita di Istanbul”?

In un’intervista di fine luglio, il neo Amministratore delegato della Lega, Luigi De Siervo, ha detto: “C’è solo una possibilità: le sole squadre di calcio, in questo caso Juventus e Lazio, possono addurre legittimi argomenti per non rispettare il contratto”.
Peraltro, precisano Amnesty International Italia e UsigRai, il contratto siglato dalla Lega prevede lo svolgimento di tre partite di Supercoppa in cinque anni, una delle quali si è già giocata. Decidere di non giocare quest’anno non sarebbe dunque una violazione contrattuale.
Si tratterebbe piuttosto – conclude la lettera – di “subordinare un ritorno in Arabia Saudita solo a fronte di effettive, concrete e misurabili riforme nel campo dei diritti umani, prime tra tutte, la scarcerazione delle decine di uomini e donne in prigione solo a causa delle loro idee e l’introduzione della libertà di stampa”.