Fnsi-Usigrai a Lega: certi che nessuno cederà al veto leghista su Lucano

Rassegnatevi: i partiti non possono e non devono decidere chi può e chi non può essere ospite di una trasmissione. Come non devono mettere bocca sui sommari dei tg. O peggio sui direttori di reti e testate. 

Siamo certi che nessuno in Rai cederà al veto dei parlamentari della Lega su Domenico Lucano.

La soluzione non è mai cancellare. Ma semmai aumentare le occasioni di ascolto, di confronto e di dibattito. È di questo che si nutre la democrazia liberale.

Per questo anzi rilanciamo la richiesta alla Rai di mandare in onda la fiction su Riace con Beppe Fiorello, magari accompagnandola con una serata di approfondimento giornalistico per raccontare il modello di accoglienza e le indagini in corso.

 

Usigrai e Fnsi

Usigrai: E il vertice Rai resta a guardare

Tre settimane. Zero CdA. 
Da quando la Rai ha un nuovo presidente, il Consiglio di Amministrazione non si è mai riunito.
Perché? 
Perché qualcuno ha ordinato che il primo atto deve essere il cambio di tutti i direttori delle testate e delle reti, a prescindere da qualsiasi valutazione sui risultati raggiunti in termini di qualità e di rispetto delle indicazioni racchiuse nel contratto di servizio.

Lo stesso qualcuno che però non trova l’accordo spartitorio e quindi tiene una intera azienda ferma, immobile.

3 testate, 1000 giornalisti, senza direttore stabile? Possono attendere.
Il centro di produzione di Milano verso lo sciopero? Pazienza.
Un Contratto di Servizio da attuare? Tanto c’è la deroga.

Speriamo in uno scatto di orgoglio da parte di Ad e CdA: riprendetevi 
finalmente autonomia e indipendenza! Siamo stufi di questo mortificante totonomine quotidiano, con le testate usate come pedine di scambio, e un indecoroso gioco di casacche.

Esecutivo Usigrai 

Morte di una giornalista in Bulgaria, Unione Europea

di Franz Giordano e Monica Pietrangeli

Le autorità bulgare escludono che Victoria Marinova sia stata stuprata e uccisa per motivi legati al suo lavoro. Il corpo della giornalista della tv locale Tvn che ha sede a Ruse, la quinta città più importante del paese balcanico, è stato trovato da un passante il 6 ottobre lungo le rive del Danubio, dove Victoria era solita andare a correre.

Ad ucciderla sarebbe stato il 21enne bulgaro Severin Krasimirov rintracciato in Germania vicino ad Amburgo, dove, secondo gli inquirenti, si era rifugiato presso la madre. L’uomo – ha dichiarato il capo della procura Sotir Tsatsarov – era già ricercato per un altro omicidio e stupro.

Il timore che però l’efferata uccisione possa invece essere legata al lavoro svolto da Victoria Marinova resta. Per questo la sezione bulgara dell’Efj ha chiesto la massima attenzione sulle indagini.

La Bulgaria dal 2006 ad oggi è scesa dal 32esimo al 111esimo posto per la libertà di stampa.

Per questo riteniamo che sia importante raccontare di cosa si era occupata Victoria nella prima puntata del suo programma “Detektor”, andata in onda pochi giorni prima della morte. Marinova, oltre ad aver intervistato due giornalisti d’inchiesta del blog Bivol, si era lamentata anche dello stato dei media bulgari e aveva promesso di voler continuare a discutere di corruzione annunciando inchieste condotte da lei stessa.

Prima di raccontarvi l’inchiesta sui fondi europei ancora una suggestione.

Il Parlamento bulgaro, alla vigilia dell’8 marzo scorso ha respinto, a larga maggioranza, il recepimento della convenzione di Instanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne. In quei mesi il premier di centrodestra Boyko Borissov era il presidente di turno dell’Unione europea.

Il Gpgate

Nella prima (purtroppo ultima) puntata del suo nuovo programma, Marinova aveva intervistato i colleghi Dimitar Stoyanov e Attila Biru, autori di una inchiesta pubblicata dal sito indipendente Bivol sull’utilizzo illecito di fondi europei da parte di alcune società bulgare. I due giornalisti hanno scoperto una serie di documenti, in particolare un libro contabile segreto, attraverso cui sono riusciti a smascherare una organizzazione collaudata capace di aggiudicarsi finanziamenti Ue gonfiati per progetti (anche mai realizzati) assegnati soprattutto dal Programma di Sviluppo Rurale bulgaro. Un sistema di corruzione diffusa che coinvolgerebbe imprenditori, funzionari statali, politici locali e oligarchi russi. Al centro dell’inchiesta ribattezzata Gpgate c’è la GP Group, una grande azienda bulgara attiva in molti settori, dall’edilizia alle infrastrutture, fino alla distribuzione di gas e petrolio. Il registro esaminato da Stoyanov e Biru custodisce la contabilità parallela del gruppo che ruota attorno a quattro consulenti: Tatyana Delibasheva, Peter Elen Petrov, Lilyana Zorteva e Teodora Treneva. Sono il livello medio di quella che i due giornalisti definiscono “una piramide che sottrae il denaro dei contribuenti europei”. Secondo le carte in mano ai reporter, in cima ci sarebbe appunto la GP Group. Nei loro articoli, Stoyanov e Biru scrivono: il colosso bulgaro “lavora principalmente attraverso sub-appalti, che ricevono molto meno denaro rispetto a quello riportato dagli organismi di finanziamento”. Il risultato? Scarsa qualità dei materiali usati e milioni di euro sottratti all’Unione Europea e finiti poi in una società offshore, la ESB Sofia di proprietà di un gruppo britannico, il cui titolare è un inglese residente a Cipro. Sul libro contabile, una colonna indica le commissioni, cioè le mazzette pagate a politici e funzionari per aggiudicarsi le gare d’appalto. Una sigla in particolare ha attirato l’attenzione degli autori dell’inchiesta: “deputato del Moew (il ministero dell’Ambiente)”. Seguendo la pista dei soldi, Stoyanov e Biru sono arrivati all’ufficio di gabinetto del ministero, ma non sono riusciti ad identificare con certezza il politico corrotto.

Victoria Marinova, dunque, aveva dato spazio all’accurato e complesso lavoro dei due colleghi. Dimitar Stoyanov e Attila Biru in uno dei loro articoli scrivono che per andare avanti nelle indagini “servirebbe un intervento delle istituzioni europee. E poi bisognerebbe congelare i fondi Ue destinati alla Bulgaria fino al termine di una inchiesta dell’Unione Europea”. Fino ad oggi, però, “l’Ufficio europeo per la lotta antifrode si è dimostrato totalmente inefficace”, aggiungono con amarezza i cronisti, che sono anche stati arrestati dalla polizia mentre cercavano di recuperare alcuni documenti sui finanziamenti utili per la ricostruzione del sistema corruttivo. Dopo essere state trafugate dagli uffici delle società, le carte era no state bruciate. La situazione di difficoltà per i giornalisti in Bulgaria la raccontava lo stesso Stoyanov un anno fa, durante un convegno organizzato a Lipsia dal Centro Europeo per la libertà di stampa (ECPMF): “Sono stato attaccato e minacciato più di venti volte…una pressione orchestrata da quando ho iniziato a lavorare per Bivol, un sito di giornalismo investigativo che affronta temi trascurati dai canali televisivi. L’ultima aggressione l’ho subita nell’agosto del 2017. Alcuni delinquenti mi hanno assalito per strada, davanti a testimoni, dicendomi di smetterla di infastidire i politici con le mie inchieste”. Nel suo intervento, Stoyanov elencava intimidazioni subite da altri colleghi e descriveva un mercato dei media “caratterizzato da un monopolio in cui non sono tollerate voci di dissenso”. Un panorama “pieno di contraddizioni”, sottolineava Victoria Marinova alla fine della puntata della sua trasmissione: “Da un lato, il governo e le imprese esercitano forti pressioni sui proprietari dei media. Il numero degli argomenti vietati cresce sempre di più. E il giornalismo investigativo viene automaticamente rimosso. Dall’altro lato, però, negli ultimi anni stiamo vedendo un innegabile successo del giornalismo investigativo. Molti articoli sono pubblicati dal sito Bivol. Il nostro team si sta impegnando a creare uno spazio per le inchieste e continuerà in questa direzione. Ci occuperemo solo di temi rilevanti per l’interesse pubblico. E questo è il significato di “Detektor”. Il programma tv che scopre le bugie. Che dà priorità alla verità”.

Un’alleanza in Italia e in Europa di giornaliste e giornalisti investigativi

È indispensabile un’alleanza in Italia e in Europa di giornaliste e giornalisti investigativi.

Sull’esempio del Daphne Project, un Consorzio per fare luce su autori e mandanti dell’assassinio di Daphne Caruana Galizia, e più un generale su tutti i crimini contro i cronisti e la libertà di stampa.

Un Consorzio che può nascere in sede Fnsi, e che possa avvalersi anche dell’Osservatorio legale della Federazione della Stampa per fronteggiare attacchi, intimidazioni e querele bavaglio.

E’ la proposta lanciata dal Segretario dell’Usigrai Vittorio di Trapani al convegno promosso da Maria Grazia Mazzola, inviata del Tg1, nella sede della Stampa estera.

Una delegazione della Fnsi sarà a Malta il 16 ottobre, a un anno esatto dell’assassinio di Daphne, mentre un presidio promosso da Fnsi , Usigrai e Articolo 21 sarà davanti all’ambasciata maltese in Italia per chiedere verità e giustizia per Daphne Caruana Galizia e per tutti i giornalisti assassinati a causa delle loro inchieste.

Quando si sostituisce un direttore bisogna spiegare il perché

Il totonomine prosegue.
E come avevamo previsto iniziano a spuntare nomi di giornalisti esterni.

Noi ricordiamo che se si vuole cambiare un direttore innanzitutto bisogna spiegare il perché.
Inoltre, se si vuole chiamare un direttore esterno bisogna spiegare per quale ragione nessuno dei 1700 giornalisti della Rai sia in grado di assumere quel ruolo.
Per di più con l’arrivo di un esterno si imporrebbe un aggravio di costi. E dato che si tratta di soldi dei cittadini, faremo tutte le verifiche per accertare l’eventuale danno erariale.

Speriamo che il CdA accolga la richiesta del consigliere Laganà di fare audizioni per i candidati direttore.
E noi, in nome della trasparenza, proponiamo audizioni in streaming.

Intanto, mentre si attende la quadratura del cerchio – da indiscrezioni di stampa affidata illegittimamente al governo -, l’azienda continua a lasciare 3 testate (Giornale Radio, Rai Sport, TgR), oltre 1000 giornalisti, senza un direttore con i pieni poteri.

Esecutivo Usigrai

L’elettrodomestico e la sfida digitale delle news

di Andrea Rustichelli

Pochi dubbi ci sono sul fatto che la prospettiva dell’online sia ormai, più che una strada futura, una necessità perentoria del presente. Necessità, cosa altrettanto e tristemente nota, su cui la Rai appare non attrezzatissima (eufemismo).
Le buone performance di RaiPlay mostrano la ricchezza dell’offerta Rai, premiata da un’ampia fidelizzazione di cui gode il marchio del Servizio Pubblico.

Ma cosa comporta per le news la famosa “sfida digitale”? Un fatto è certo: le news, a differenza delle fiction e di altri format, sono una materia prima molto particolare, calibrata sul “tempo reale” e sul “live”. Qualità che si presta meno alla diffusione online, come per esempio evidenziano i dati radiofonici del podcast (la gente ascolta e colleziona programmi, non gr).
Va anche aggiunto (e non è un caso) che la “rivoluzione Netflix” non ha finora aggredito il mondo delle news. Per fortuna.

Come porre, quindi, la questione del connubio tra news e diffusione digitale?
Intanto liberandoci di un macigno che copre la visuale. Troppo spesso, infatti, si appiattisce il mondo news sul format telegiornale (un conduttore che per una mezz’ora “lancia” servizi da circa un minuto e mezzo). Telegiornale che è prodotto novecentesco per eccellenza. Un format decisamente antico ma certo ancora in auge e non da dismettere, se parliamo di tv tradizionale (tenendo presente la dimensione anagrafica della popolazione italiana).

Attualmente, succubi dell’equazione news = tg, il meglio che noi in Rai facciamo è scorporare i singoli servizi per metterli sui canali online (siti web, Facebook ecc). Ma questo è decisamente troppo poco, quasi patetico. È come se scorporassi il guanciale dalla amatriciana che sto cucinando e lo servissi da solo, magari freddo.

C’è poi il tema monstre (sfumato in farsa) del portale news, anche di gabanelliana memoria. Un portale Rai certamente ci vuole ed è doveroso. Ma non deve diventare la riproposizione online del modello tg, né una foglia di fico. Perché il portale non basta: se non come casa di rappresentanza, punto di raccordo dei contenuti.

Appunto, i contenuti. Ma quali? È questo il fulcro. E sembra ormai chiaro, guardando al medio-lungo periodo (cosa rarissima in Rai, dove i Cda durano tre anni e poi si azzera tutto), che si debba ragionare su contenuti “nativi” per il digitale. Non è complicato: abbiamo tutte le professionalità redazionali per produrli, salvaguardando la natura squisitamente giornalistica del prodotto. Contenuti che possono anche finire poi nei tg (o di più: possono anche essere pensati in parallelo per i tg, mutatis mutandis), ma che devono rompere finalmente il legame di subordinazione di linguaggio rispetto al tg.

Penso non solo a pezzi di “approfondimento” (termine importante, anche se un po’ logoro), ma soprattutto a pezzi che peschino nell’obliquità: cioè in ambiti news poco esplorati dai rattrappiti format dei tg (i cui sommari sono tutti per lo più simili, se non uguali). Qui un ruolo strategico possono giocarlo tutti i settori: e in particolare la Cultura e gli Esteri (ambiti che nei tg sono particolarmente sacrificati). E poi le vox populi: cioè, su un dato tema del giorno (pensato in modo fertilmente provocatorio), cosa pensi la gente adeguatamente incalzata dalle domande dei giornalisti.

Sono solo alcune possibilità (molte altre se ne potrebbero vagliare) che la produzione di contenuti nativi offre e vale la pena mettersi al lavoro.
A tal proposito, last but not least: come organizzare questo lavoro? Fare leva su una sensibilità diffusa impiantata dentro ogni settore redazionale oppure creare una redazione ad hoc?

Saranno i vertici aziendali a dover progettare adeguatamente la cosa, non trascurando, si spera, i suggerimenti che arrivano dalla base. Ma credo che un’ipotesi non escluda l’altra. Anzi sembra opportuna, anche qui, una visione integrata: cioè che le varie redazioni vengano coordinate da una struttura a rete, che se ne infischi delle barriere tra una testata e l’altra. Struttura che gestisca la produzione dei contenuti e la distribuzione loro sui vari canali della filiera digitale delle news: dalla casa-madre (il sito) ai social (Instagram, più che il vecchio Facebook), passando per i vari altri canali, come YouTube.
Il tutto, poi, con una finestra promozionale anche in onda sulla vecchia e cara tv: una mezz’oretta di lancio, per esempio il sabato, del meglio online della settimana a venire.

La tv è un elettrodomestico e il format tg (un grande avvenire dietro le spalle) è un po’ la sua espressione datata. I giornalisti hanno maledettamente bisogno di rompere quello steccato che orami va troppo stretto. Nessuna paura: sapranno restare giornalisti e rendere riconoscibile la qualità giornalistica dei prodotti, garantendo il rigore delle fonti e la qualità deontologica del lavoro. Giornalisti ben oltre un format.

La morte di Victoria ci indigna e ci addolora

Una morte orribile che ci indigna e ci addolora: Victoria Marinova, giornalista bulgara e conduttrice di un programma d’inchiesta televisivo, 30 anni, è stata brutalmente picchiata, stuprata e assassinata. Stava indagando su uno scandalo legato all’affidamento di fondi europei.

La stessa storia, pubblicata da un centro di ricerca giornalistico, aveva causato l’arresto di due reporter e minacce di morte al direttore. Uccisa come Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese del cui omicidio – ancora impunito – ricorre l’anniversario tra pochi giorni. E il pensiero va a tutte le reporter uccise, dieci nel 2017, il doppio rispetto all’anno precedente, che hanno pagato con la vita il coraggio di raccontare: molte erano giornaliste investigative esperte, che nonostante le minacce avevano continuato a indagare e a denunciare la corruzione che coinvolgeva politici e gruppi criminali. La tragica conta prosegue nel 2018 e ad essa si aggiunge il crescente numero di colleghe aggredite, minacciate fisicamente o con querele temerarie, costrette a vivere sotto scorta. E ancora un dato drammatico: con quello di Victoria Marinova sono 4 i giornalisti, uomini e donne, uccisi in Europa dal 2017.

Le giornaliste della Commissione Pari Opportunità di Fnsi e dell’Usigrai e di GiUliA conoscono bene cosa sia la macchina del fango e dunque non accetteranno mai che, pur di insabbiare il vero movente dell’omicidio, a Victoria venga tolta, oltre alla giovane vita, anche la dignità personale e professionale.

Appello alla Rai: il 16 ottobre per Daphne

La Rai dedichi la giornata di martedì 16 ottobre a Daphne Caruana Galizia, alla ricerca di verità e giustizia per lei, e a tutti coloro che da 1 anno si battono per trovare esecutori e mandanti dell’assassinio.

Per questo, oggi stesso inoltrerò ai vertici della Rai la lettera che Corinna Vella, sorella di Daphne, ha inviato alla Fnsi e letto questa mattina ad Assisi dal Segretario e dal Presidente Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti.

Appello lanciato da Vittorio di Trapani, Segretario Usigrai, dal Sacro Convento di Assisi, nel corso della Assemblea convocata da Articolo 21 sul Manifesto di Assisi.

RAI MILANO: CON TAGLI E SENZA GUIDA A RISCHIO IL CENTRO DI PRODUZIONE

Le giornaliste e i giornalisti della Rai di Milano – riuniti oggi in assemblea – sono al fianco delle RSU nella battaglia a salvaguardia del Centro di Produzione di Milano. Da qui alla fine dell’anno saranno uscitidall’azienda 86 lavoratori (di cui quattro quinti nel settore della produzione), pari a più del 10 per cento dell’organico. A fronte di ciò l’azienda propone l’ingresso di soli 6 lavoratori con contratto di formazione: è inaccettabile. Un depauperamento del centro di produzione di Milano cominciato a metà anni Novanta che ha quasi dimezzato il personale portandolo da 1500 unità alle attuali 800.

Dietro all’assenza di una politica di reintegro dell’organico vediamo celarsi la volontà aziendale di esternalizzare ulteriormente le produzioni. Nel solo settore delle news, già ora, a causa di carenze nell’organico dei montatori, siamo costretti a realizzare esternamente alcuni servizi e rubriche dei tg nazionali. Esternalizzare, anziché investire sul personale interno, rischia di abbassare la qualità del prodotto. Non si possono, e non si devono, esternalizzare pezzi di servizio pubblico per una mera logica di risparmio. Risparmio, tra l’altro, tutto da dimostrare nei numeri, come avviene per la questione delle troupe in appalto a cui da anni siamo costretti a fare ricorso per la mancata assunzione di tele cineoperatori.

Intravediamo la volontà dell’azienda di derubricare il Centro di Produzione di Milano a una piccola realtà regionale anche dall’assenza di un direttore del centro. Ormai da mesi è stato affidato l’interim a un dirigente che si trova fisicamente a Roma dove è già gravato della responsabilità della direzione produzione tv. Ovviamente non è un giudizio sulla persona, ma una critica a una scelta aziendale autolesionista e senza precedenti.

L’assenza di un direttore del Centro di produzione di Milano è ancora più grave in un momento come quello che stiamo vivendo: a dicembre scadrà il contratto di affitto della sede di via Mecenate senza avere, ad oggi, alcuna certezza su tutto il progetto di trasferimento al Portello.

L’assemblea dei giornalisti della Rai di Milano chiede quindi:

  • Il pieno reintegro dell’organico della produzione e della radiofonia.
  • Lo stop all’esternalizzazione del lavoro.
  • La valorizzazione e il rilancio del Centro di Produzione tramite investimenti tecnologici.
  • La nomina di un direttore del Centro di Produzione in una fase decisiva come quella del trasferimento da Mecenate al Portello.

Dà mandato al Cdr della Tgr e ai fiduciari di Rai Sport e Tg3 di dare lettura di comunicati sindacali all’interno delle principali edizioni dei telegiornali se la vertenza delle Rsu non dovesse avere esito positivo.

Il Cdr della Tgr Lombardia e i fiduciari di Rai Sport e Tg3 rilevano, inoltre, da parte dei vertici del Centro di Produzione di Milano il rifiuto al confronto sindacale con la controparte dei giornalisti. Sistematicamente non siamo stati coinvolti nei tavoli di incontro, nemmeno quelli che riguardano questioni che ci vedono coinvolti direttamente (ad esempio la questione parcheggi). Il futuro del Centro di Produzione riguarda anche noi e non accetteremo più tale atteggiamento.

Usigrai: anche basta

Il fatto che la Rai sia Servizio Pubblico non vuol dire che chiunque sia autorizzato ad offendere e mettere alla berlina tutte le lavoratrici e i lavoratori.

Alcuni articoli che abbiamo letto in questi giorni sono una rappresentazione stereotipata dei dipendenti Rai: articoli fatti di pettegolezzi, particolari da buco della serratura e nessuna notizia.

Un gioco al massacro, disgustoso, che non giova a nessuno.

Se non ai governi – di ogni colore, perché in questo non abbiamo mai visto nessuna differenza – che vogliono far passare i dipendenti Rai per parassiti e raccomandati, per giustificare la loro occupazione anche con l’arrivo di esterni.

Ricordiamo invece che i tanto dileggiati lavoratori Rai lavorano per il Servizio Pubblico con il canone più basso, con il minor numero di dipendenti, ma con gli ascolti piu alti dei grandi Paesi europei.

Esecutivo Usigrai

Direttori dall’esterno? Sarebbe inaccettabile

Direttore presi dall’esterno?

Sarebbe subito una secca smentita degli impegni assunti, a partire dall’Amministratore Delegato e dal Presidente, per valorizzare le risorse interne.

Una scelta inaccettabile.

Per questo faremo di tutto per impedirlo, come abbiamo già fatto in passato.

Anche perché sono fin troppo evidenti i rischi che si configuri il danno erariale.

E intanto la Rai continua a tenere ben 3 testate, oltre 1000 giornalisti, più della metà di tutti i giornalisti Rai, con direzioni temporanee.

Quindi senza la possibilità di presentare piani editoriali triennali di rilancio e sviluppo.

La Rai ha già al proprio interno professionisti di livello, in grado di assicurare guide stabili per le testate giornalistiche.

Esecutivo Usigrai

Perché un interim alla TGR?

L’uscita di Vincenzo Morgante dalla Rai era nota da 2 mesi. E il Consiglio di Amministrazione della Rai cosa produce? Un interim.

Perché? Per quale ragione non una nomina piena?

Con in più l’inedito di un interim di una testata affidato al vicedirettore di un’altra testata.

Ovviamente il nostro non è un giudizio sulla persona scelta, Alessandro Casarin, al quale vanno i nostri auguri di buon lavoro.

Ma le regole non possono essere rispettate a giorni alterni.

Per di più l’interim danneggia anche lui, perché gli impedisce di presentare il piano editoriale con un progetto triennale.

A questo proposito ci risulta che il curriculum del candidato sia stato presentato ieri sera, dopo il voto in Vigilanza, ovvero con un preavviso inferiore a quello previsto dallo Statuto della Rai, anche rispetto alle 24 ore previste per le procedure di urgenza.

Se è così, come si giustifica?

Esecutivo Usigrai