“Gli affreschi del Tiepolo”, “il palazzo di Giò Ponti da dove è andata in onda la prima trasmissione in diretta della tv italiana”.
Fa male leggere che la Rai promuove il proprio patrimonio immobiliare solo al fine di venderlo.
BBC E CBS, solo per citare alcuni esempi, valorizzano la propria storia con visite guidate, vendita di libri e merchandising. La Rai, invece, se ne disfa.
E se una razionalizzazione degli spazi, in alcuni casi, era necessaria, perché non metterne in locazione una parte? E poi, perché vendere per andare a pagare un affitto?
Non c’è solo il Teatro delle Vittorie, uno dei simboli del Servizio Pubblico. La Rai sta vendendo anche il palazzo progettato da Giò Ponti in corso Sempione a Milano, preso d’assalto dai visitatori delle giornate Fai di primavera, Palazzo Labia a Venezia, le sedi di Genova e Firenze dove la sindaca Sara Funaro ha già chiarito che non cambierà la destinazione d’uso dell’immobile. Una scelta coraggiosa da cui dovrebbero prendere esempio anche i primi cittadini di Milano, Genova e Venezia.
In linea generale vendere le sedi significa mettere in discussione l’impianto generale del Servizio Pubblico, una scelta che in futuro potrebbe aprire a ridurre e accorpare la presenza della Rai sul territorio.
Una prospettiva che il sindacato delle giornaliste e delle giornaliste Rai contrasta completamente.
Tuttavia, nell’ipotesi che una vendita avvenga, riteniamo imprescindibile un confronto con Usigrai e con le rappresentanze sindacali dei diversi comparti aziendali, soprattutto in merito alle scelte di nuove sedi dove collocare le strutture produttive e giornalistiche che devono garantire centralità alle redazioni e alle strutture di produzione, per non correre il rischio di una marginalizzazione del Servizio Pubblico in termini di capacità operativa e tempestività del servizio.
Esecutivo Usigrai








